Le ragioni del No Decima parte

Un attacco alla magistratura è sempre un attacco alla democrazia.

In tutti gli Stati in cui si è verificato un arretramento delle libertà, il primo passo è stato la riduzione dell’indipendenza di giudici e PM .

Una magistratura autonoma è la difesa più solida dei diritti civili e politici. Indebolirla significa indebolire anche la libertà dei cittadini.

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Le ragioni del No Nona parte

Il potere disciplinare sui giudici passa a un organo nuovo: Esterno e più Permeabile.

L’Alta Corte Disciplinare avrà membri in parte nominati dal Presidente della Repubblica, in parte sorteggiati fra magistrati e in parte fra personalità selezionate dal Parlamento.

Un organo così composto sarà inevitabilmente più esposto alle influenze politiche esterne.

E la minaccia di sanzioni provenienti da un soggetto percepito come “esterno” aumenterà il rischio di condizionamenti politici. In alcuni casi i magistrati potrebbero essere giudicati da collegi composti per la maggioranza da non magistrati e, in caso di responso sfavorevole, non potranno più avvalersi, come possono fare tutti i cittadini, del controllo della Corte di Cassazione sulla legalità della sentenza.

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Le ragioni del No Ottava parte

La riforma non rende la giustizia più efficiente: la rende meno indipendente

 

La riforma – lo dice lo stesso Nordio – non incide sulla durata dei processi né sugli uffici giudiziari.

Non velocizza, non semplifica, non migliora.

Al contrario, divide i magistrati, crea nuove gerarchie e apre varchi alle interferenze dell’esecutivo.

Con la riforma il giudice e il PM non diventeranno più efficienti o più giusti, ma più controllabili.

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Le ragioni del No settima parte

La separazione delle carriere è spesso l’anticamera di un controllo politico diretto sui PM.

La maggior parte dei Paesi in cui le carriere sono separate ha un PM che dipende direttamente dal Ministro della Giustizia.

L’Italia, con questa riforma, si avvia verso lo stesso modello :un PM più vicino al potere politico e più docile nei procedimenti “scomodi”.

Un arretramento per la democrazia.

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Le ragioni del No quinta parte

La riforma incoraggia la scelta pilotata dei membri laici in quota alla maggioranza

I membri laici (non magistrati) del CSM saranno sorteggiati in una lista decisa dalla maggioranza parlamentare.

La politica potrà quindi scegliere chi inserire nella lista e orientare così la composizione dell’organo.

I membri laici apparterranno a un gruppo “organizzato” mentre i membri togati (i magistrati), scelti a caso, saranno soli.

Un metodo di nomina così congegnato indebolisce il CSM e lo espone alle interferenze politiche.

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Le ragioni del No terza parte

La riforma rende più facili le pressioni indebite della politica sulla giustizia.

Separare PM e giudici, frammentare il CSM, rendere influenzabile l’organo disciplinare dei giudici: tre modifiche che riducono l’autonomia della magistratura.

Chi indaga o giudica su questioni politicamente sensibili dovrà guardarsi le spalle. Se il giudice fosse oggetto di pressioni esterne troppo forti, il cittadino perderebbe un arbitro imparziale.

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Elezioni regionali veneto 2025: candidati e fac simile scheda dei candidati del Partito Democratico in provincia di Venezia

Elezioni regionali candidati del Partito Democratico nella città metropolitana di Venezia e facsimile
« di 2 »

I candidati del Partito Democratico nella provincia di Venezia e fac simile della scheda elettorale.

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Il programma elettorale di Giovanni Manildo

Programma elettorale Giovanni Manildo

Il programma elettorale di Giovanni in sintesi. I punti principali sono:

  1. Una regione per i giovani
  2. Le donne, il lavoro, la parità
  3. Un’altra  idea mobilità
  4. La crescita del veneto
  5. Il diritto alla casa
  6. La sanità e il sociale
  7. La dignità del lavoro
  8. Una regione democratica e delle autonomie

home page del sito del Partito Democratico di Spinea

Sito nazionale del Partito Democratico

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Referendum 8 e 9 giugno: secondo quesito più tutele per i lavoratori delle piccole imprese

il secondo quesito dei referendum su cui voteremo l’8 e il 9 giugno è relativo a maggiori tutele per i lavoratori delle piccole imprese.

Quesito:

«Volete voi l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante “Norme sui licenziamenti individuali”, come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle parole: “compreso tra un”, alle parole “ed un massimo di 6” e alle parole “La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.”?»

Il SECONDO riguarda la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. In quelle con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione. Obiettivo è innalzare le tutele di chi lavora, cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato affinché sia la/il giudice a determinare il giusto risarcimento senza alcun limite.

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